…l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni
Dante Alighieri, XXV Canto dell’Inferno

 

Per me si va per la perduta gente”. Per la strada assolata di giugno, Poggio secco, lì ad un passo, pare volerci allarmare. La strada romana di radici

La pieve di Gaville, che sorge dall'anno 1005 DC nell'omonimo centro abitato a pochi chilometri da Le Borra. E' uno dei patrimoni dell'umanità di questa terra.

antichissime che univa Figline a Meleto in epoche remote lambisce Le Borra per molte centinaia di metri e poi scompare nel nulla. Tutti paiono averla dimenticata fra le sterpaglie dell’estate. Quella strada di sasso è uno dei tanti moniti, uno dei tanti echi che ci dovrebbe far riflettere a lungo. Le Borra. Bacino composto da terre di riporto dell’area ex mineraria di Figline che guarda Cavriglia. Area atta a contenere rifiuti secondo il piano interprovinciale di Firenze e Siena, ma che tipo di rifiuti, questo pare non saperlo ancora nessuno. Si parlava di ceneri provenienti dagli inceneritori ovviamente, ovvero rifiuti bruciati.

Ma negli ultimi due mesi è esplosa la polemica, vuoi un po’ per le elezioni, vuoi per il piano rinnovato fra le due province a fine aprile. Sì perché sono in più di uno a sostenere che in quell’area potrebbero giungere rifiuti altamente pericolosi, addirittura tal quali, un domani, quando Podere Rota finirà il suo corso. In realtà la Toscana, o meglio Firenze in particolar modo, si sta lentamente avvicinando ad un’emergenza rifiuti che si avvicina giorno dopo giorno a grandi passi come un meteorite verso la terra e tutto questo potrebbe sconvolgere ancora il Valdarno. Si perché in caso di urgenza, lo ha ammesso lo stesso assessore provinciale fiorentino all’ambiente Crescioli, “Le Borra farebbe comodo a Firenze”, non per gettar via ceneri nel futuro, aggiungiamo noi, ma spazzatura tal quale senza mezzi termini, in una nuova, ennesima, discarica tutta valdarnese a cinquanta metri dal territorio di Cavriglia ed a quattro chilometri da San Giovanni, la quale si ritroverebbe con due discariche in contemporanea l’una a sei chilometri dall’altra. Fantasie ingarbugliate? No.

Scomode e probabili verità se qualcuno non prenderà provvedimenti seri al più presto. Una nuova, grande discarica in Valdarno, sarebbe un disastro per la natura e l’economia locale. Il nuovo eventuale bacino, a detta del sindaco di Cavriglia Ivano Ferri e di Figline Riccardo Nocentini, che ha comprato quel terreno per 800mila euro siglando un preliminare con Enel, li farebbe “legare agli alberi” per protesta. Di certo a legarsi per le strade ed agli alberi non saranno soli.

Una minaccia che incombe come una spada di Damocle sulle nostre teste, un nuovo omicidio di una terra ferita fino appena vent’anni fa dalle macchine escavatrici che estraevano lignite non può essere accettato da un terra ricca di storia e cultura in maniera passiva. A due passi da Le Borra c’è solo natura e cultura. Il lago di San Cipriano, i boschi di Borbuio, la meraviglia medievale accartocciata su se stessa di Gaville, la pieve romanica, il tracciato antichissimo della Cassia adrianea, le leopoldine con i loro cipressi muti e dritti sperdute nelle campagne. Dall’altra parte l’abitato di Meleto, San Cipriano, Santa Barbara con gente che ha investito nel territorio: commercianti, agriturismi, fattorie, pascoli, industrie stesse; ed un immenso progetto di recupero dell’area mineraria che il comune di Cavriglia ha impostato interamente sull’ecologia: minicentrali elettriche, ripristino di vecchi sentieri, di torrenti scomparsi in cui pescare di nuovo, oasi naturali in cui osservare decine e decine di specie diverse di uccelli.

Un nuovo eden accanto ad una discarica? Un incubo troppo oscuro per avvicinarsi alla verità. Che fare allora, di questa gente? Che fare, scriverebbe qualcuno, di questo popolo? Trattarli forse come i nuovi cafoni di Fontamara? Guardarli dall’alto in basso come genti dell’ultima classe, pronti a raccogliere per l’ennesima volta i rifiuti di Firenze? Annientare con il potere, il loro diniego? Domande che si perdono in questo luglio rovente, a tre passi da Poggio Secco, che muta si smarrisce nei rovi, come i sogni di chi ha investito generazioni di sacrifici in questa terra, e chissenefrega della memoria.

“L’altr’era quel che tu Gaville, piagni”, scrisse Dante alla fine del XXV canto dell’Inferno, al popolo antico di quel borgo, riferendosi a Francesco Cavalcanti, ucciso in paese a causa delle sue prepotenze verso i gavillesi stessi, i quali si esposero poi alle vendette della sua potente famiglia. Gaville potrebbe piangere ancora dunque. E potrebbe non essere sola a farlo, dopo un nuovo torto subito da questa nostra gente, solo per far bella Firenze, costi quel che costi.

 

Filippo Boni