I quotidiani fiorentini e molti siti internet ospitano in questi giorni una furiosa e violenta (in termini mediatici) polemica relativa ad un autovelox fisso posto sul viale Etruria a Firenze.

Lo strumento avrebbe prodotto un numero inusitato (oltre 20.000) di foto di veicoli in transito, dando luogo ad un altrettanto inusitato numero di verbali.

Le lamentele sembrerebbero generate, oltre che dal numero dei verbali, in contrasto con quanto l’attuale sindaco di Firenze, Matteo Renzi, aveva promesso in campagna elettorale, e cioè che una volta al governo della città avrebbe drasticamente ridotto l’attività sanzionatoria della polizia municipale a favore di quella preventiva, dal posizionamento dello strumento su una strada che a detta di molti non sarebbe fra quelle sulle quali è consentito l’accertamento degli eccessi di velocità in automatico e che invece richiederebbe la contestazione immediata da parte dell’organo di polizia stradale.

Se così fosse non vi sarebbe motivo di scrivere qui e la tematica interesserebbe solo le aule del giudice di pace.

Purtroppo le polemiche, appoggiate in parte su quelle due motivazioni reali sopra richiamate, sono invece per lo più capziose; tanta eccitazione sull’argomento e tanto giustizialismo nei confronti dell’Amministrazione comunale di Firenze nascondono altre motivazioni, più recondite e sono la punta di un iceberg costituito da un marasma di incomprensioni e di ignoranza tecnico-giuridica, fantasie, ipocrisie ed altre situazioni che ancora nessuno vuole sbrigliare.

Il quotidiano Nove da Firenze sotto il titolo L’autovelox di viale Etruria avrebbe fruttato 4,5 milioni in tre mesi (pubblicizzando nel contempo il Mini Coyote Autovelox, capace di segnalare gli autovelox in tempo reale!!!), riporta l’intervento di un tal giornalista Riccardo Catola che, dopo aver parlato di sistematica rapina a proposito del Comune di Firenze reo a suo dire, di un illecito progetto vessatorio, chiede addirittura una amnistia plenaria emula di più remote, ma altrettanto populistiche indulgenze plenarie.

Nel frattempo La Nazione, il quotidiano più diffuso di Firenze, riporta Autovelox di viale Etruria. Trenta ricorsi per le multe. con un sottotitolo allarmistico I termini per fare ricorso contro i verbali di contravvenzione da autovelox ricevuti tra il 1 agosto e il 15 settembre 2010 stanno per scadere.

Tanto allarmismo non viene  utilizzato dagli organi di informazione neanche per preannunciare qualche imminente e ben più reale pericolo, rispetto allo scadere di un termine per la presentazione di un ricorso contro un verbale di contravvenzione al codice della strada, come lo tsunami.

Subito sotto, sempre La Nazione riporta il commento dell’ADUC (Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori) che, addirittura dopo aver fornito una lista di autovelox irregolari, con tanto di motivazioni del perché (la strada su cui sono installati non sarebbe di categoria D e dunque non sarebbe possibile il controllo in automatico) arriva addirittura a offrire “…consulenza gratuita telefonica allo 055-290606 dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 18, oppure recandosi nei medesimi orari e giorni presso la sede di via Cavour 68.”.

Tanta disponibilità da parte di una associazione che dovrebbe tutelare i consumatori sarebbe degna di altro argomento, visto che qui non si tratta di merci da consumare o già consumate, di cibi avariati, di bollette telefoniche con errori macroscopici, ma di temi sui quali una associazione di consumatori non dovrebbe avere alcun ruolo, essendo le problematiche tecnico-giuridiche riservate, in via generale, a chi esercita la professione legale.

Del resto c’è poco da sperare da chi anziché mantenersi nel proprio ruolo di utile difensore dei consumatori propone di affidare Pompei agli svizzeri.

Se non fosse ridicolo sarebbe comico: si propone di affidare Pompei agli svizzeri e si invoca la Svizzera quando c’è da mantenere le bellezze architettoniche del nostro Paese, mentre non si reclama la Svizzera quando si tratta di regole da rispettare quali quelle sulla velocità; allora  si preferisce parlare di rapina, di illecito progetto vessatorio.

Forse sarebbe più auspicabile che chi scrive  facesse un giretto in Svizzera, magari rimanendovi per qualche tempo e provando a violare le stesse regole del codice della strada che vìola in Italia; probabilmente  al suo ritorno cambierebbe idea.

Ma vi sono anche altri atteggiamenti che rendono variegato il tema autovelox.

Sempre La Nazione cita i pentiti, non di mafia o di camorra, ma di autovelox; un intero articolo è dedicato al sito internet www.autoveloxko.it, realizzato secondo il quotidiano da un appartenente alla polizia municipale, forse pentito del suo comportamento precedente. E’ “Il vigile urbano Robin Hood: Autovelox, una truffa per far cassa” e ancora “Romano è diventato il Robin Hood degli automobilisti. Oggi sostiene: l’unico scopo dei Comuni è quello di fare cassa. E con il sito internet www.autoveloxko.it è ormai la bestia nera dei giudici di pace …”.

Ma quale vigile urbano Robin Hood!

Questo signore non è un appartenente alla polizia municipale, probabilmente non lo è mai stato e lui stesso lo afferma nel proprio sito web: “Il mio nome è Carlo Spaziani, sono nato a Roma nel 1952, ho l’hobby dell’inventiva e questo è già il mio terzo brevetto, opero in un settore a contatto con apparecchiature misuratrici di velocità, mi ritengo sufficientemente esperto del Decreto Legislativo 30 Aprile 1992 e da tutti conosciuto come Codice della Strada.”.

Guarda caso nello stesso sito si può scoprire molto facilmente che il settore a contatto è quello delle consulenze; inoltre Robin Hood non faceva le promozioni di autunno per i ricorsi , come invece si legge nel sito del suo più pragmatico e moderno emulo!

Ma allora perché Robin Hood? Forse perché il sito di questo signore è ammantato di marketing pio-buonistico, riportando una pubblicità che sostiene che con i proventi dei ricorsi finanzierà l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma.

Infine altri organi di informazione (ma possiamo chiamarli veramente di informazione?): (Sicurauto) “Comuni sparamulte – Firenze mette gli autovelox fissi dove è vietato. O no?”, e ancora “A Firenze la bufera sugli autovelox fissi sembra sempre più violenta: adesso pare che il problema non sia solo l’invisibilità di quello di viale Etruria, ma addirittura la regolarità di tutti gli apparecchi. In sostanza, secondo l’associazione di consumatori Aduc, sarebbero messi su strade urbane ordinarie mentre la legge vieta i controlli automatici. Quindi se gli apparecchi vengono fatti funzionare anche quando non c’è il vigile accanto le multe sono illegittime.”.

In definitiva è evidente che sul tema autovelox non solo c’è poca chiarezza, ma molti agitano supposte quanto non provate irregolarità.

Se non chiarezza (d’altra parte non è un tecnico, ma un politico) almeno un invito alla correttezza lo fa il sindaco di Firenze Matteo Renzi che rispondendo a La Nazione in merito allo specifico problema fiorentino afferma: “Le discussioni su questi temi, per cortesia, facciamole con più correttezza, lo dico anche ai nostri tecnici e ai nostri politici.

Il problema è proprio questo: le discussioni su questi temi andrebbero fatte con correttezza e  con un minimo di competenza tecnica  a monte.

Ma perché il tema si presta ad essere distorto in questo modo?

Da una parte l’utilizzazione sempre più massiccia delle strumentazioni di controllo della velocità (denominate in generale con il termine “autovelox”, che è invece il nome di una ben specifica apparecchiatura prodotta dalla ditta Sodi Scientifica spa) da parte di piccoli e medi Comuni, un uso associato molte volte all’impiego di apparecchiature non proprie, nonché a particolari modalità di effettuazione del servizio stesso, ha portato ad una incrementata maggiore attenzione dell’opinione pubblica e dei mass-media nei confronti di questa tipologia di controllo.

Dall’altra il continuo rincorrersi di normative e di circolari applicative altalenanti, testualmente non chiare neanche per gli operatori del settore, ma puntualmente pubblicizzate sulla stampa in termini imprecisi ed amplificati in modo distorto tale da creare aspettative negli utenti della strada rispetto alle corrette modalità di utilizzazione degli strumenti di controllo, ha peggiorato la situazione.

L’argomento “autovelox” è oggi così presente all’opinione pubblica in termini mediatici da superare molte volte le vere notizie, quelle sicuramente ben più importanti per la vita di tutti; in alcune zone d’Italia (e/o in alcuni periodi) i mass-media hanno cavalcato l’argomento in modo tale da eccitare l’opinione pubblica, così da portarla a dar luogo ad eventi e manifestazioni di vario tipo (costituzione di comitati, proteste collettive, ricorsi collettivi, danneggiamenti delle attrezzature…), molte volte innescando indegni quanto puerili sentimenti di astio verso la polizia municipale, l’organo di polizia stradale maggiormente presente sulle strade d’Italia.

Va peraltro detto che in effetti l’argomento si presta, giustamente o ingiustamente, a facili polemiche e che le polizie municipali sono state e sono spesso maldestre nella gestione della tematica, sia per quanto concerne la procedura operativa, sia per quanto riguarda l’eventuale esternalizzazione della gestione di alcune parti del procedimento sanzionatorio, sia infine per gli aspetti di comunicazione istituzionale che dovrebbero essere tenuti presenti ben prima degli altri.

Le polizie municipali, ed adesso anche quelle provinciali, hanno purtroppo avvalorato con il loro comportamento complessivo quello che tutti pensano: di prestarsi a “far cassa” per le rispettive Amministrazioni; in più alcune esternalizzazioni dalle modalità discutibili hanno fatto il resto.

C’è però qualcosa di più recondito.

E’ innegabile come vi sia un’attitudine tutta italiana a peccare per poi pentirsi e attendere infine di essere assolti; la regola non scritta nel nostro Paese non è rispettare le leggi e le norme, bensì violarle che tanto, prima o poi, magari pagando, qualcuno ci rimetterà in regola, prova ne siano gli innumerevoli condoni nei vari campi (fiscale, edilizio).

Il tema del controllo degli eccessi di velocità è peraltro strettamente legato al tema più generale delle sanzioni amministrative, del loro pagamento e del valore morale che ognuno di noi conferisce a questo contesto: il rispetto delle regole, grandi o piccole che siano, giuste o meno giuste che noi le riteniamo.

E’ notorio invece come in altri Paesi europei, con particolare riferimento al nord dell’Europa, l’atteggiamento nei confronti dello Stato sia ben diverso; non ci si aspetta indulgenza dalla pubblica Amministrazione ed i controlli di polizia non suscitano particolari reazioni nella pubblica opinione e negli organi di stampa.

Con riferimento al valore morale del dovere di rispettare le regole nell’insieme dei valori strutturanti in genere la convivenza sociale e di come questo valore sia percepito in modo diverso all’interno del rapporto fra pubblica Amministrazione e cittadino, basti ricordare che negli U.S.A. Al Capone fu arrestato non perché uccideva a destra ed a manca, ma perché non pagava le tasse, a riprova che su certi temi in altri Paesi non vi è mai stata e non vi è tuttora molta indulgenza, proprio perché si considera il rispetto delle regole un valore fondante.

Sicuramente il rispetto delle regole che, se violate, conducono ad illeciti amministrativi, non è certo aiutato dalle azioni di comunicazione istituzionale che le stesse Amministrazioni conducono; anzi, talvolta azioni di comunicazione maldestre, come quelle messe in atto dalla precedente Amministrazione comunale di Firenze che mostravano un agente della polizia municipale che dava un premio a chi si fermava sulle strisce, fanno pensare al cittadino che ormai rispettare le regole sia un optional, un sovrappiù, e non più un dovere.

Altri fattori che hanno incrementato la polemica sono stati gli interventi dei giudici pacieri.

Si tratta di quella parte dei giudici di pace che annullano, quasi per partito preso, i verbali relativi a controlli della velocità, prendendo a pretesto qualsiasi cavillo: la dimostrazione di una sensibilità giuridica più rivolta a commisurare quello che è accaduto al ricorrente che alla propria personale esperienza di multato, ricoprendo loro (e non il nostro personaggio di prima) i panni di novelli Robin Hood.

Un solo esempio per tutti: quel giudice di pace di una città del Veneto che, allarmatissimo da quanto sentito dire in autobus da altri cittadini che parlavano fra sé, immediatamente autodefinitosi giudice di prossimità, ha provveduto all’annullamento dei verbali della polizia municipale solo in quanto spediti da un ufficio postale diverso da quello normalmente utilizzato, non perché vi fosse una violazione di legge, ma solamente perché il fatto aveva procurato “allarme sociale” nei cittadini del luogo!

Anche gli interventi legislativi frazionati, con dizioni polisense, ambigue, non hanno certo aiutato; il nostro legislatore si è molte volte scordato, nel produrre le norme relative al tema del controllo della velocità, quel che Temistocle Martines, nella sua opera Diritto costituzionale, raccomandava: “…dal principio di corrispondenza fra interesse e regola istituzionale discende la conseguenza che la regole dev’essere linguisticamente formulata in modo tale da consentire all’interprete di individuare l’interesse in essa obiettivizzato…”.

In effetti  neanche gli organi di polizia riescono a capire lo scopo di molte norme giuridiche.

Del resto alcuni membri stessi del Parlamento hanno fomentato l’acrimonia con dichiarazioni fuor di luogo, come quelle contenute nelle richieste degli onorevoli Gianfranco Conte e Simone Baldelli che a suo tempo presentarono un emendamento per vietare alle polizie municipali gli accertamenti con autovelox sulle strade extraurbane, utilizzando a proposito del servizio di controllo della velocità le seguenti parole: “Si tratta di un atteggiamento meschino. Non si possono finanziare le spese dei piccoli Comuni con i soldi di coloro che transitano per le strade, posizionando autovelox a tradimento“.

Ed infine vi è il problema della scarsa reputazione complessiva della polizia municipale come organo di polizia, anche questo dovuto a molti fattori, ma prima di tutto al fatto che la polizia municipale lavora essenzialmente sugli illeciti amministrativi, mentre le forze di polizia dello Stato si sono spostate sempre più (e talvolta solo) sugli illeciti penali, con la conseguenza che la polizia municipale appare contro il cittadino, perché gli impedisce in qualche modo le proprie attività quotidiane di automobilista, mentre le forze di polizia dello Stato appaiono dalla parte del cittadino perché intervengono solo quando accadono reati, o comunque illeciti da tutti percepiti come gravi secondo il senso comune.

Di base rimane comunque lo scandalo che i controlli della velocità producono sanzioni che finiscono nelle entrate del bilancio comunale; vien da chiedersi come mai nessuno si scandalizzi per la vendita dei loculi al cimitero, vendita che produce entrate ben più alte per le casse comunali.

Comunque, se si volesse sintetizzare in che senso il controllo della velocità con le strumentazioni può apparire un abuso, potremmo utilizzare una tabella, ove i vari fattori anzidetti, insieme ad altri, possono condurre ad una diversa percezione di questo tipo di controllo.

Ed eccoci alle regole con le quali le strumentazioni di controllo della velocità dovrebbero oggigiorno essere utilizzate.

Inutile dire che se il sistema normativo contenuto nel codice della strada fosse ben fatto, almeno a proposito del controllo della velocità con strumentazioni elettroniche, dovrebbe risolvere efficientemente le seguenti problematiche.

Cosa ci dicono invece le norme attuali?

Lo stato dell’arte del controllo della velocità tramite strumentazione è dato dalla normativa del codice della strada, esplicata dalla direttiva Maroni del 14 agosto 2009, una sorta di summa di tutte le precedenti circolari ministeriali sulla quale si sono poi innestate ultimamente le modifiche della legge 29 luglio 2010, n. 120 (Disposizioni in materia di sicurezza stradale), che insieme ad oltre 80 articoli del codice ha modificato l’articolo 142 in tema di controllo della velocità, con un rimando ad un futuro decreto ministeriale di là da venire e seguita da una circolare ministeriale esplicativa (si fa per dire).

Da qui un momento di smarrimento anche per gli organi di polizia stradale.

Mentre l’articolo 25 della legge 120/2010 invoca il futuro decreto ministeriale “… Con il medesimo decreto sono definite, altresì, le modalità di collocazione e uso dei dispositivi o mezzi tecnici di controllo, finalizzati al rilevamento a distanza delle violazioni delle norme di comportamento di cui all’articolo 142 del decreto legislativo n. 285 del 1992 …” si sancisce, da subito secondo alcuni autori, a partire dal futuro decreto secondo altri, “…che fuori dei centri abitati non possono comunque essere utilizzati o installati ad una distanza inferiore ad un chilometro dal segnale che impone il limite di velocità…”.

La successiva circolare ministeriale applicativa della legge 120/2010 precisa che, se esiste un cartello che cambia il limite di velocità generale su quella strada, lo strumento deve essere installato almeno un chilometro dopo il cartello stesso; ovvio come possa risultare difficile, se non impossibile, fare rispettare questa nuova norma, in conflitto con la regola che prevede la replicazione del limite ad ogni intersezione (in parole povere ogni incrocio), tenuto conto che molti tratti di strada sono eccessivamente frazionati dalle intersezioni.

Anche l’articolo 61 della legge 120/2010 interviene per quanto riguarda le modalità di accertamento delle violazioni, stabilendo che gli strumenti devono essere di proprietà, acquisiti in leasing o in noleggio con canone fisso.

Rimane poi in essere, in attesa del futuro decreto, la “direttiva Maroni”, alcuni aspetti della quale sono tuttora validi, mentre altri sorpassati.

E’ dunque chiaro come nel momento attuale le norme sopra sintetizzate non solo non rispondono a tutte le problematiche connesse alle norme sul controllo della velocità, ma sono poco chiare anche per gli stessi organi di polizia stradale, da cui la polemica riportata all’inizio.

Riscorrendo la direttiva Maroni è chiaro come, a parte le altre regole da rispettare per un corretto controllo della velocità (verifica annuale metrologica – per gli strumenti in postazione mobile, strumento di proprietà, in leasing o con contratto a canone fisso, disponibilità delle riprese fotografiche, presegnalazione delle postazioni tramite cartello adeguato alla velocità prevalente e segnalazione delle postazioni, individuazione dei tratti di strada da parte della Prefettura – per le strade di tipo C e D), il maggior contenzioso nasca dalla collocazione su strade di difficile classificazione.

Infatti le strade C (strade extraurbane secondarie) divengono automaticamente D (strade urbane di scorrimento), oppure E (strade di quartiere) o F (strade locali); mentre sulle C e sulle D il controllo della velocità con postazioni fisse senza presenza di organi di polizia stradale può essere effettuato, questo non può invece accadere sulle strade E ed F.

Siccome questo meccanismo di declassificazione delle strade C non è automatico più di tanto, anche perché il codice della strada all’epoca dell’adozione produsse una classificazione delle strade più adeguata alle strade del Texas che a quelle italiane, classificazione che molti enti hanno poi piegato per un verso o per un altro, ne deriva la maggior parte del contenzioso in atto.

Si aggiunga, infine, la discussione, anche negli ambienti di polizia se vi sia o meno l’obbligo (giuridico) per l’organo accertatore di sanzionare su una strada con limite di 50 Km/h, anche chi la percorresse a 51, oppure se si possa decidere da quale velocità in su procedere alle sanzioni (per esempio: si può procedere alle sanzioni solo da 70 o da 90 Km/h in su senza per questo fare un’omissione d’atti d’ufficio?). Ovvio che discernere da un punto di vista tecnico-giuridico questo argomento potrebbe aprire la strada a sanzioni selettive, forse meno corrette da un punto di vista della filosofia del diritto, ma sicuramente percepite come più giuste dai cittadini e politicamente più accettabili. A giudizio di chi scrive la cosa è possibile anche perché citata esplicitamente nella circolare Maroni che parla di rilevazione selettiva.

In definitiva, che dire?

Sicuramente si può affermare:

–         che non dovrebbe esservi alcun dubbio che i controlli sulla velocità (principale causa di incidenti stradali, a loro volta principale causa di morte nei giovani) debbano essere effettuati;

–         che non dovrebbe esservi alcun dubbio come sia difficoltoso far passare il concetto del controllo, oggigiorno che nessuno è più predisposto a farsi controllare;

–         che non dovrebbe esservi alcun dubbio che sarebbe meglio che fosse il Parlamento a predisporre le norme e gli organi amministrativi a farle applicare e che le lamentele dei cittadini si direzionassero direttamente verso l’organo legislativo;

–         che non dovrebbe esservi alcun dubbio che il codice della strada necessiti di una riforma che veda il codice suddiviso in due parti: una costituita da norme di legge (per le violazioni più gravi e per i principi generali) ed una che rimanda a regolamenti comunali. In questo modo si fornirebbe forse meno generalità alle norme, ma una maggiore adeguatezza al contesto urbano (non solo geografico, ma anche sociale).

A questo si può aggiungere che se tutto questo dispendio di energie (dei cittadini, degli organi di informazione, delle associazioni e, non ultimo, delle Amministrazioni comunali) fosse stato devoluto alla prevenzione e all’educazione stradale nelle scuole, forse non ci sarebbe bisogno di autovelox e questo articolo non sarebbe mai stato scritto.

Sergio Bedessi

Comandante polizia municipale Cortona