Con i successi di botteghino ottenuti da film come Giù al Sud di Bisio o Che bella giornata di Checco Zalone, inaspattatamente campione di incassi all time, la  crisi che si era abbattuta sul mondo cinematografico italiano appare oggi, a distanza di venti anni dal picco di minimo di spettatori  del 1992 (fonti SIAE Annuario statistico del cinema europeo, a cura di Media Selles, 1999), almeno parzialmente superata.

Ma anche se la battaglia in questo momento appare vittoriosa, all’interno della “filiera cinematografica” dobbiamo registrare profonde mutazioni con  dipartite e new entry. La celluloide si avvia al suo “sunset boulevard” soppiantata, ad esempio, dagli immateriali pixel. Arrivano i film in 3D con i famigerati occhialini e si affermano i canali cinematografici tematici sul satellite e le tv on demand, mentre ci abbandonano le vhs e presto anche i dvd. Cambia soprattutto “il contenitore” del film per antonomasia , la sala cinematografica di antica tradizione, soppiantata oggi  dalle multisala, o multiplex che dir si voglia, dal forte sapore made in Usa .

Le grandi sale erano entrate in crisi già negli anni ’70, quando oltre all’assalto della tv pubblica avevano dovuto fronteggiare la rapida e “abnorme” diffusione dell’emittenza televisiva privata, autorizzata nel 1977 dalla Corte Costituzionale, che moltiplicò l’offerta gratuita di film al pubblico. Fece il resto l’abbandono dei centri storici dove erano situate abitualmente le sale cinematografiche tradizionali e l’affermarsi della cultura del centro commerciale, con all’interno multisala con platee piccole ma confortevoli e soprattutto dotate di tecnologie di proiezione all’avanguardia, in grado di soddisfare il crescente desiderio da parte dello spettatore di “immergersi” in un prodotto altamente spettacolare.

Così dai primi anni ’90 il ritmo delle dismissioni di cinema storici nel territorio nazionale è stato incessante: prima sono stati riconvertiti in multisala quelli ubicati in luoghi strategici.

Nelle grandi città, dove alto è il valore a metroquadro, le vecchie sale sono diventate appartamenti, grandi magazzini o parcheggi ma il numero più significativo giace in uno stato di totale abbandono. Soltanto pochi cinema d’essai, spesso aiutati da soci volenterosi o Amministrazioni comunali particolarmente attente, sono riusciti con difficoltà a proiettarsi oltre la soglia del terzo millennio.

Il Valdarno ne appare un caso paradigmatico: a Montevarchi c’è una multisala, il vecchio Cine8, in via della Farnia, 2, vicino all’unico Centro Commerciale della zona inaugurata dopo il 2000; ci sono, poi, i cinema abbandonati, come ad esempio il Guido Guerra di Montevarchi; ci sono sale prima riconvertite e poi abbandonate, come l’Impero di Montevarchi che per un breve periodo fu discoteca e quelle che hanno fatto carriera (?) come il cinema Sala Marylin ora sede della Banca del Valdarno a San Giovanni.

Queste sale, banchi di scuola di cinematografia per i nostri padri e i nostri nonni, fanno parte della nostra memoria condivisa (e collettiva) e la loro storia è degna proprio per questo motivo di essere narrata.

Valdarnotizie ne racconterà le vicende, vecchie e nuove, e, quando possibile, suggerirà  a chi ha desiderio di ascoltare la strada del  recupero di un patrimonio culturale che non deve andare perduto.

Andrea Bertini