Una bella giornalista francese sull’onda del successo, un sensitivo americano con la passione per Dickens (fruito come terapia mediante l’ascolto di racconti radiofonici), uno sventurato ragazzino inglese che potrebbe ricordare, nei tratti essenziali, proprio uno dei personaggi del celebre scrittore britannico. Quale sottile linea rossa permette di legare le storie di persone distanti e diverse?

Di sicuro un evento fatale: il passaggio della morte nelle rispettive esistenze. Improvvisa, dolorosa e tragica, la signora in nero irrompe nella vita di Marie Lelay con la forza apocalittica dello tsunami, impone a George Lonegan un “dono” ingombrante e sgradito che lo condanna alla solitudine, separa crudelmente il piccolo Marcus da Jason, fratello gemello e suo unico riferimento.

Tre persone sospese al di là e al di qua della vita, con il proprio destino di essere umano fragile, segnato, colpito e disorientato dalla sorte ma, al contempo, fortificato nel corpo e nello spirito grazie a una sensibilità accresciuta che spinge verso una ricerca tanto impegnativa quanto indispensabile. Una prova che diventa una scelta, l’unica per sopravvivere al presente e tentare di vivere il futuro con una consapevolezza rinnovata. Clint Eastwood cambia, ancora una volta, terreno d’indagine e, dopo il successo del rigoroso Gran Torino e del leggendario biopic Invictus, posa i suoi occhi di ghiaccio nello spazio di confine tra la vita e la morte: uno sguardo romantico, quasi pudico, che accoglie l’ignoto senza imporre o proporre soluzioni definitive.

Hereafter, diretto da un ottantenne più poetico che mai, e scritto da Peter Morgan – (sceneggiatore di Frost/Nixon – Il duello, 2008, di Ron Howard) – alterna sequenze ed esistenze attraverso un ritmo narrativo e visivo che prelude a un incontro, quello tra un uomo, una donna e un bambino che si muovono in città diventate estranee, in mezzo a persone incapaci di comprendere o condividere una verità così arcana e sfuggente. Sopravvivere alla morte non consente a Marie di tornare alla vita di sempre, per quanto confortevole e luminosa; l’esperienza del trapasso (effettivo, sognato, immaginato?) segna una rotta diversa, un modo altro di guardare, sentire, raccontare il mondo dei vivi. “Se pensi di essere solo, stai tranquillo, non sei solo” afferma George  al giovanissimo Marcus, trafitto e sospeso nel dolore per la perdita del gemello più forte. Mat Damon riconferma il sodalizio con Eastwood inagurato da Invictus, convince nel ruolo di operario-sensitivo costretto, suo malgrado, a convivere da sempre con l’adilà. Un personaggio speciale che trova, prima nella disarmante tenacia del ragazzo, poi nell’espressione complice di Marie, il cardine su cui riposizionare la propria esistenza, spezzando finalmente l’isolamento, e l’incantesimo, di quella “facoltà” così straordinaria. La vita è qui, reale e tangibile, sfiorata dal mistero: l’immaginario presente in ognuno di noi può aiutare a scoprirlo, a volte, a vederlo. Il finale è aperto e, forse, a Charles Dickens questo sarebbe piaciuto.

Hereafter (USA, 2010), regia di Clint Eastwood, genere drammatico, durata 129′, interpreti: Matt Damon, Cécile De France, Bryce Dallas Howard, Richard Kind, Jay Mohr, Jenifer Lewis, Steve Schirripa, Lyndsey Marshal, Mylène Jampanoï, Marthe Keller.

Neva Ceseri