Pochissimi sanno che la domestica storica di Eugenio Montale era nata e cresciuta a Cavriglia

Il giorno dei morti

La Gina accende un candelotto per i suoi morti.
L’ha acceso in cucina, i morti sono tanti e non vicini.
Bisogna risalire a quando era bambina
e il caffelatte era un pugno di castagne secche

Sottilmente nel tempo si è sottratta ai riflettori, minuta e schiva. Lentamente ha preferito continuare a rimanere dietro il palcoscenico della mondanità letteraria, che a lungo l’ha cercata ed altrettanto a lungo ha tentato di intervistarla, di capirla, di trarre da lei notizie interessanti e curiose sul “merlo”, ovvero su Eugenio Montale.

Gina Tiossi, chiamata  affettuosamente “la Gina” proprio dal poeta, è stata la governante di quest’ultimo a partire dagli anni quaranta fino alla sua morte. Ha accompagnato la sua figura e quella della moglie per decenni, curandosi di loro in ogni aspetto della vita familiare. Per i coniugi Montale “la Gina” era una colonna portante degli equilibri della casa, dei giochi sentimentali strani e controversi che legano ogni uomo agli oggetti della propria abitazione, veri e propri prolungamenti di esistenza.

Cavriglia, ponte sulla Cervia negli anni ’20; sullo sfondo la casa di Gina Tiossi all’epoca

Gina era la custode dei segreti domestici di Eugenio e quest’ultimo non ebbe mai  intenzione alcuna di volersi privare della sua discrezione, del suo essere sfuggente e presente, riguardoso e sensibile.

Tutto iniziò una mattina imprecisata d’inverno dei primi anni quaranta.

La seconda guerra mondiale aveva ormai preso dimora anche in Italia e soprattutto in Toscana.

Cavriglia, paese natale di Gina, di lì a poco sarebbe stata invasa dal dramma di una strage che avrebbe portato via la vita a ben 189 concittadini di quest’ultima, passati alle armi dall’unità nazista della Hermann Goering il 4 luglio 1944 nelle frazioni di Meleto, Castelnuovo, Massa e San Martino.

La situazione economica della popolazione civile versava in condizioni disastrose ed è proprio in quegli anni di guerra infatti, che Gina, una giovanissima donna di poco più di vent’anni (era nata nel 1922) di carattere dolce e schivo, decise di muoversi dal proprio villaggio con la corriera, per andare a cercare lavoro come domestica a Firenze, in una casa di nobili o benestanti.

Pochi giorni prima infatti era stato il medico curante ad averle indicato la dimora di un letterato italiano importante, in cui si cercava una giovane donna a cui poter affidare le faccende casalinghe.

Un’immagine del poeta degli anni settanta

 

Eugenio Montale e la moglie Drusilla Tanzi infatti (da lui definita “La mosca”), che vennero indicati dal medico a Gina, erano alla ricerca di una nuova governante a cui affidare l’abitazione, dato che la precedente aveva dovuto abbandonare la casa per motivi non precisati, nonostante l’affetto e l’amicizia che la legavano al poeta ed alla consorte.

Fu così che Gina in quel mattino pungente di guerra, si presentò alla porta dell’appartamento di Montale a Firenze, in Via Duca di Genova (oggi Viale Amendola, adiacente a Piazza Beccaria).

Quella mattina le avrebbe cambiato la vita per sempre.

Montale e la moglie furono subito colpiti dal suo carattere discreto e risoluto, a tal punto da decidere di  assumerla immediatamente alle proprie dipendenze.

La Gina si ritagliò fin dai primi giorni di lavoro la fiducia e la simpatia dei padroni, grazie alle sue doti gastronomiche (infallibili le sue scelte sull’olio e sul Chianti), anche se la vita inizialmente per lei fu tutto tranne che semplice. Era obbligata ad alzarsi all’alba ed a muoversi da Cavriglia alla volta del capoluogo toscano in corriera oppure in treno, benché la ferrovia fiorentina e valdarnese tra il 1944 ed il 1945 fosse stata a lungo tormentata da numerosi bombardamenti aerei.

Dal pullman osservava le albe pallide a sud del Pratomagno scorrere dal finestrino, in quei mattini così profumati di guerra.

Nel 1950 avvenne la svolta. Eugenio Montale fu assunto al “Corriere della Sera” a Milano e fu costretto al trasferimento. La Gina naturalmente fu chiamata a seguirlo ed abbandonò per sempre la sua terra natale, il Valdarno.

A Milano avrebbe vissuto accanto al poeta fino agli anni ottanta, o meglio fino alla sera del 12 settembre 1981, quando Eugenio Montale spirò, dedicando proprio a lei che lo assisteva sul letto di morte, il suo ultimo sguardo mortale.

Durante quei decenni la vita di Gina era cambiata decisamente. Era entrata tra le mura domestiche di Montale come una sorta di cameriera, ma con il tempo la sua figura era umanamente più che professionalmente profondamente mutata. Non si trattava di una semplice asservita alla casa del letterato. Gina aveva in tutto e per tutto in mano le redini della dimora del poeta e di Drusilla Tanzi. Gestiva le entrate e le uscite, amministrava i loro beni domestici e non si dispensava dal prestare consigli preziosissimi su molteplici aspetti strettamente privati della coppia.

Alla morte di Drusilla Tanzi, il 20 ottobre del 1963, Gina rimase l’unica donna di casa, l’unica che dovette gestire ed assistere il dolore dell’uomo Montale, distrutto dalla perdita dell’amata moglie (il ricordo della quale darà vita a meravigliose composizioni da parte del poeta inserite poi nel 1971 nella sezione Xenia della raccolta Satura, quali: […] La morte non ti riguardava. E neppure t’importava la vita e le sue fiere vanità e ingordigie e tanto meno le cancrene universali che trasformano gli uomini in lupi […]) oppure la più nota Ho sceso dandoti il braccio un milione di scale).

Toccherà a Gina con la sua discrezione e la sua dolcezza consolare Montale. Toccherà alla sua signorilità dell’atteggiamento accompagnarlo alle uscite serali alla Scala. Toccherà alla sua intelligenza seguirlo fino a Stoccolma, nel dicembre del 1975, per ritirare il Premio Nobel per la letteratura.

Ed è proprio per la sua figura ormai così imponente, importante ed indissolubile per lo spirito di Montale, che quest’ultimo le dedica alcuni versi.

Prima in Cortile del Diario del ’71 e nel Al mio Grillo in Diario del ’72 e poi soprattutto nella lirica successiva Il giorno del morti della raccolta Quaderno di quattro anni in Tutte le poesie (1984), il poeta le dedica parole schiette e precise, essenziali e scarne, che scavano nei ricordi infantili della governante, che affondano la lama dei versi nella sua memoria e ritornano proprio alla sua terra natale ed alla sua gente, a quella Cavriglia nella quale Gina aveva trascorso l’infanzia di stenti e di giochi, la giovinezza composta da piccole gioie, tradimenti e miseria.  I porcellini da portare al pascolo, le bacchettate nelle dita da parte della maestra, la colazione a base di castagne secche, la figura del padre solo e povero.

Del mondo lontano cavrigliese di Gina, Montale dipinge un quadro triste e mesto, in cui la figura della domestica rifulge intimorita prima della fuga verso il tentativo di ricerca di una società diversa, sicuramente migliore. E senza dubbio quella società migliore che ricercò in tempi lontanissimi, quel microcosmo familiare che divenne successivamente tutto il suo mondo, Gina  lo ritrovò nelle mura domestiche e nomadi dei coniugi Montale. Firenze, Milano e tutti gli altri viaggi compiuti dal poeta videro anche lei dietro le quinte, sempre protagonista, sempre discreta, sempre così montalianamente presente. Gina visse come perno invisibile della saggezza del poeta, in silenzio e rispetto curò le sue ferite, limò i suoi affanni, carezzò con garbo ed eleganza le sue solitudini.

Dopo l’ultimo sguardo offertole da Montale, la sera del 12 settembre 1981, Gina ha continuato a vivere nell’ombra.

Mai ha cercato la ribalta delle cronache più o meno letterarie dopo la scomparsa del poeta. Mai ha voluto farsi intervistare, ha sempre rifiutato il contatto con i giornalisti o con gli intellettuali che tentavano un suo avvicinamento, per capire qualcosa di più del grande “merlo” scomparso.

Nel 2005, rimanendo sempre il più possibile lontano dai riflettori, ha donato tutta l’eredità letteraria che il poeta le aveva destinato al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia.

Lettere, rare edizioni, manoscritti, piccoli dipinti e disegni di Eugenio Montale sono stati donati al Fondo da una Gina ancora lucida e sottile, con lo scopo di essere studiati e divulgati nel modo più opportuno.  L’acquisizione del nuovo corpus ha fornito il pretesto per l’allestimento della mostra “Da Montale a Montale”, ospitata nella Sala Teresiana della Biblioteca Universitaria di Pavia dal 13 dicembre 2004 al 15 gennaio 2005. Il titolo scelto per l’iniziativa volle alludere proprio al ruolo di filo conduttore rivestito dalla presenza di Montale nella storia del Fondo: punto di partenza e quindi poi motivo di accrescimento.

I vari elementi della Donazione Tiossi, con altro materiale montaliano già posseduto, sono stati così presentati al pubblico: edizioni principes o limitate di opere del poeta, spesso con dedica autografa agli amici, a Gina o alla moglie, libri personali (Senilità di Italo Svevo con dedica dell’autore), manoscritti di poesie, alcuni con varianti inedite, dattiloscritti (il discorso per la cerimonia di conferimento del Premio Nobel nel 1975, con correzioni a mano), lettere (a Drusilla Tanzi da Milano, dove Montale lavorava al Corriere della Sera, a Gina da Forte dei Marmi, a Gianfranco Contini, Maria Corti, Umberto Saba), biglietti con auguri o istruzioni per Gina, molti abbelliti da un piccolo merlo disegnato con cui il poeta rappresentava se stesso, disegni (l’album Diario dal Forte dei Marmi), fotografie (con Guido Piovene, Mario Soldati, Elio Vittorini), e anche la famosa Upupa impagliata, regalo di Goffredo Parise. «Quella di Gina Tiossi fu una donazione di enorme generosità, considerato il suo valore affettivo oltre che venale», ha raccontato Gianfranca Lavezzi, curatrice di quella mostra e del catalogo insieme a Renzo Cremante e Nicoletta Trotta. «Ha permesso di approfondire aspetti di Montale ancora poco conosciuti, come la predisposizione alla pittura, ma soprattutto ha grande importanza filologica: comprende infatti alcune poesie inedite e molto materiale sulle edite non censito nell’edizione critica, dal quale non potranno certo prescindere i futuri studi sul poeta».

Oggi né Cavriglia né tutto il Valdarno stesso sa nulla di quella donna schiva, cortese e decisa, che mise la propria esistenza al servizio di Montale.

Pochissimi sanno della sua presenza, ancora meno sono coloro che conoscono quale fu la sua terra natale.

Il professor Alessandro Tempi qualche anno fa divulgò la notizia alla vallata tramite un periodico locale, ma oggi probabilmente prima che l’inesorabile andare del tempo porti via “la Gina”, sarebbe necessario fare qualcosa di più per permetterle di tornare a vedere il cielo della terra che la generò nel lontano 1922. Quella stessa terra che bambina, le offrì castagne secche come caffèlatte e l’amore di un padre lasciato troppo solo dalla povertà. Quella stessa terra che le mostrava l’alba pallida a sud del Pratomagno scorrere, vista in movimento dal finestrino della corriera in viaggio verso Firenze, in quelle mattine così profumate di guerra, di tanti anni fa.

Filippo Boni