Mitra uccide il toro

 

Il frate studioso Padre Ignazio Ceccherelli negli anni settanta aveva ipotizzato che nella zona di Cavriglia si venerasse il dio Mitra prima dell’avvento del Cristianesimo. Nel 1983 fu scoperta una statua del dio Mitra priva della testa presso Cavriglia. Pochi mesi fa in un vecchio archivio il ritrovamento dei documenti dello studioso, oltre otto anni dopo la sua scomparsa.

“Zoff, Tardelli, Cabrini, Facchetti, Bergomi, Gentile, Scirea….”. Dalla radio un cronista sportivo distratto annunciava le formazioni di Italia – Camerun. Mondiali di Spagna, 1982. Un giugno torrido appesantiva la fine della primavera. La finestra era semichiusa. La persiana filtrava una luce labile dalle fenditure.

“Oh mio Dio non riesco a crederci!”. La tazza del caffè d’orzo traballò sulla scrivania della camera buia, prima di girare due volte su se stessa, poi urtò contro la carrozzeria nera e graffiata della sua macchina da scrivere e cadde rovinosamente a terra. Il liquido nero si spanse sul cotto leso dal tempo, all’interno del convento dei frati francescani a Figline Valdarno. Padre Ignazio Ceccherelli si mise le mani nei capelli. L’urlo richiamò l’attenzione di padre Benigno Falsini, che aveva la camera vicino alla sua. Entrò senza neppure bussare, spaventato dall’esclamazione improvvisa del frate più anziano del convento. Dopo aver aperto la porta vide la pozza di caffè che allagava il pavimento ed Ignazio che non dava assolutamente peso ai cocci della tazza spezzati ed al liquido denso annerire le mattonelle di cotto. Aveva lo sguardo inchiodato ad un pezzo di quotidiano strappato che stringeva fra le mani.

“Rinvenuta in una zona imprecisata nei pressi di Cavriglia una statua del Dio Mitra che sacrifica il toro”. La Nazione datata 23 giugno 1982 parlava chiaro.

Padre Ignazio Ceccherelli si tolse gli occhiali li appoggiò sul tavolo. Si sedette sulla sedia, poi si rialzò e quindi si rimise di nuovo a sedere. “Ma questo è un fatto clamoroso!”. Benigno Falsini lo guardava incredulo, con la maniglia della porta stretta nella mano sinistra e la bocca semiaperta. Dal corridoio che si apriva alle sue spalle il silenzio andava di pari basso con il buio. La radio intanto gracchiando più che mai aveva preso a commentare la cronaca della partita. “Ma che cos’è clamoroso? Cosa vuoi dire Ignazio?”. Benigno non capiva che tutti gli studi e le ipotesi portate avanti da padre Ignazio Ceccherelli, professore di latino e greco al liceo classico Marsilio Ficino di Figline e studioso di lingue e civiltà antiche, nei due anni precedenti, quel giorno, quel preciso e torrido giorno d’inizio estate, divenivano concreti. Ignazio si calmò. Benigno prese uno straccio e pulì il caffè che macchiava il pavimento, poi si sedette ed il suo vicino di cella gli spiegò tutto.

Erano due anni che per puro hobby, per divertimento solitario nelle fenditure di tempo libero che la vita monastica gli concedeva, quell’uomo claudicante da una gamba effettuava sopralluoghi nel territorio di Cavriglia, dove viveva la sorella, per capire se effettivamente potevano esserci tutti i presupposti per avvalorare le sue congetture storiche. A suo avviso infatti la terra di Cavriglia era un crocevia importante in epoche lontanissime per popolazioni ed etnie oggi del tutto scomparse. La sua più grande convinzione era che in quella zona si esercitasse il culto mitraico, o meglio del dio Mitra, prima dell’avvento del cristianesimo.

Quello strano giorno d’estate, in cui Benigno lo ascoltava a bocca semi aperta e la radio di sottofondo proseguiva a far passare la telecronaca di Italia – Camerun che intanto pareggiavano per uno ad uno. “Rinvenuta in una zona imprecisata nei pressi di Cavriglia una statua del dio Mitra che sacrifica il toro”. Era avvenuto per caso quel ritrovamento. Un uomo il giorno precedente stava lavorando nel suo appezzamento di terra a due passi da Cavriglia ed all’improvviso spuntò un pezzo molto rigido di pietra anomala. Era molto lavorata ed attirò la sua attenzione. Si avvicinò e capì che si trattava di qualcosa di molto importante ed antico. Estrasse il pesante oggetto e lo ripulì con l’aiuto di un pennello per dipingere i travicelli di legno. Man mano che la terra se ne andava emergeva scolpita nella pietra, una scena davvero anomala. Un uomo portentoso e senza testa uccideva un animale robusto, che poi scoprì essere un toro.

Tauromachia

L’uomo si interrogò a lungo. Chiese a sua moglie ma anche lei non seppe aiutarlo. Fu così che si avvicinò alla parrocchia di Cavriglia e domandò spiegazioni e delucidazioni al parroco dopo avergli spiegato la vicenda. Quest’ultimo capì che quella raffigurazione era in realtà una scena sacra e chiamò un gruppo di archeologi che conosceva. Gli studiosi appena arrivarono alla parrocchia, in tarda serata, scoprirono immediatamente di che cosa si trattava quella scultura così definita ma priva della testa.

Era davvero il dio Mitra. A due passi dalla chiesa di santa Berta, nella parrocchia del capoluogo comunale, una scoperta sensazionale era appena stata fatta da quel signore incredulo. Nei giorni successivi vennero avvertiti il sindaco e le autorità cittadine che si riunirono e poi stabilirono di far esaminare l’oggetto ad una equipe di esperti, per poter capire quale fosse la datazione storica attribuibile. “Il culto mitraico o il Mitraismo – aveva scritto Padre Ignazio nei suoi studi in quel periodo prima di quel fatidico giorno, ritrovati da chi scrive in un archivio privato di famiglia nei giorni nostri – , fu un’antica religione ellenistica, basata sul culto di un dio chiamato Meithras che apparentemente deriva dal dio persiano Mitra e da altre divinità dello Zoroastrismo.

L’origine del Mitraismo è da identificarsi nell’area del Mediterraneo orientale intorno al III secolo a.C.. Questa religione venne praticata anche nell’Impero Romano, a partire dal I secolo a.C., per raggiungere il suo apogeo tra il III ed il IV secolo, quando fu molto popolare tra i soldati romani. Il Mitraismo scomparve come pratica religiosa in seguito al decreto Teodosiano del 391, che mise al bando tutti i riti pagani, e apparentemente si estinse poco più tardi.

Ho una seria convinzione che nella zona di Cavriglia in un periodo compreso fra il primo secolo avanti Cristo e ed il primo secolo dopo Cristo Mitra fosse venerato. O meglio che qui fosse presente una sorta di luogo sacro in cui si praticava il mitraismo.

È difficile per noi studiosi ricostruire le attività giornaliere e le credenze del Mitraismo, dato che i rituali erano tenuti segreti e riservati agli iniziati. Le fonti documentarie scritte sopravvissute sono in numero esiguo e le testimonianze sono per lo più di natura archeologica, iconografica ed epigrafica. Il centro del culto ed il luogo di incontro dei seguaci era il mitreo, una cavità o caverna naturale adattata, di preferenza già utilizzata da precedenti culti religiosi locali, oppure un edificio artificiale che imitava una caverna. I mitrei erano luoghi tenebrosi e privi di finestre, anche quando non erano collocati in luoghi sotterranei. Quando possibile, il mitreo era costruito all’interno o al di sotto di un edificio esistente. Il sito di un mitreo può essere anche identificato dalla sua entrata separata o vestibolo, la sua caverna a forma di rettangolo, chiamata spelaeum o spelunca, con due panchine lungo le mura laterali per il banchetto rituale, ed il suo santuario all’estremità, spesso in una nicchia, prima del quale vi era l’altare.

Affresco di Mitra

Sul soffitto in genere era dipinto un cielo stellato con la riproduzione dello zodiaco e dei pianeti. Nel Mitraismo l’acqua svolgeva un ruolo purificatorio importante e spesso nelle vicinanze del santuario vi era una sorgente naturale o artificiale. I mitrei, così diversi dai grandi edifici templari dedicati alle divinità dei culti pubblici, si distinguevano anche per il fatto di essere di dimensioni modeste; il servizio di culto, che terminava in un banchetto comune, era officiato da una piccola comunità, solitamente formata da qualche dozzina di persone.

Cavriglia indubbiamente nel periodo suddetto era un crocevia di strade che la collegavano a Firenze, a Siena e ad Arezzo. E’ più che probabile quindi che proprio nei pressi dell’attuale chiesa dedicata a Santa Berta fosse presente una zona di culto molto importante nei confronti di questa divinità così affascinante. In ogni tempio mitraico, il posto d’onore era occupato da una rappresentazione del dio Mitra, in genere raffigurato nell’atto di uccidere un toro sacro, (tauroctonia): questa scena rappresenta un episodio mitologico, più che un sacrificio animale.

Il mito racconta infatti che Mitra affronta un giorno il Sole e lo sconfigge. Il Sole allora stringe un patto di alleanza con il dio che suggella donandogli la corona raggiata. In un’altra sua eroica impresa, Mitra cattura il Toro e lo conduce in una caverna. Ma il Toro fugge e il Sole, memore del patto fatto, se ne accorge e manda al dio un corvo quale suo messaggero con il consiglio di ucciderlo. Grazie all’aiuto di un cane, Mitra raggiunge il Toro, lo afferra per le fronge e gli pianta un coltello nel fianco. Allora dal corpo del toro nascono tutte le piante benefiche per l’uomo e in particolare dal midollo nasce il grano e dal sangue la vite. Ma Ahriman, che nel culto mitriatico viene indicato come il Dio del Male, invia un serpente e uno scorpione per contrastare questa profusione di vita.

Lo scorpione cerca di ferire i testicoli del toro mentre il serpente ne beve il sangue, ma invano. Alla fine il Toro ascende alla Luna dando così origine a tutte le specie animali. Così, Mitra e il Sole suggellano la vittoria con un pasto che rimarrà nel culto sotto il nome di agape. Nella raffigurazione quindi, oltre a Mitra, il Toro, il Sole, e la Luna sono presenti i quattro animali, ovvero il serpente, lo scorpione, il cane e il corvo. In altri casi viene rappresentato il dio Mitra nascente da una roccia, generato sulle sponde di un fiume all’ombra di un albero sacro, secondo il mito sulla sua nascita. Nell’iconografia la divinità viene spesso rappresentata insieme a due personaggi, detti i dadofori o portatori di fiaccole: i loro nomi erano Cautes e Cautopates. Il primo dei due porta la fiaccola alzata, l’altro abbassata: rappresentano il ciclo solare, dall’alba al tramonto, e allo stesso tempo il ciclo vitale: il calore luminoso della vita e il freddo gelido della morte.

Il culto del Sole (Sol) esistette all’interno del pantheon romano indigeno, ma ebbe una parte secondaria e sempre in associazione con la Luna. Comunque in Oriente vi furono molte divinità solari, come l’Helios greco, poi rimpiazzato da Apollo. All’incirca nel III secolo, i culti popolari di Apollo e Mitra iniziarono a fondersi nel sincretismo romano e nella stessa epoca comparve il culto del Sol Invictus; nel 274 l’imperatore Aureliano (la cui madre era una sacerdotessa del Sole) rese ufficiale il culto di questa divinità, costruendogli un nuovo tempio e dedicandogli un nuovo corpo di sacerdoti (pontifices solis invicti): l’imperatore attribuì al dio le sue vittorie in Oriente.

Questo periodo segnò anche l’inizio del declino del Mitraismo: poco dopo l’Impero romano perse la Dacia e le invasioni dei popoli del nord distrussero molti templi lungo la frontiera dell’Impero, la principale roccaforte del culto. La diffusione del Cristianesimo all’interno dell’Impero, sostenuta dal favore di Costantino verso la nuova religione, fece la sua parte. Il regno dell’imperatore Giuliano, che cercò di restaurare il culto e di limitare l’avanzata della religione cristiana, e l’usurpazione di Flavio Eugenio rinnovarono le speranze dei seguaci di Mitra, ma il decreto stilato da Teodosio nel 391, che vietava qualsiasi culto non cristiano, sancì definitivamente la fine del Mitraismo. Tarde sopravvivenze del culto mitriaco si possono trovare fino al V secolo in alcuni luoghi delle Alpi e nelle regioni orientali. Il suo posto, come religione persiana passata poi in Occidente, fu preso dal Manicheismo.

Mitra, un'altra immagine del dio che più rassomigliava a Cristo

È possibile che esistano connessioni tra Mitraismo ed Cristianesimo, come farebbero supporre alcune similitudini tra le due religioni, quali la celebrazione del Natale il 25 dicembre, l’esistenza di Paradiso e Inferno, e altre credenze simili tra la nascita di Gesù e quella di Mitra. Una delle leggende a suo riguardo narra che il dio decide di venire al mondo incarnandosi nel ventre di una vergine, e vede la luce in una grotta. I festeggiamenti per la sua nascita avvenivano il 25 dicembre (la Chiesa ha accettato solo nel IV secolo, più o meno nel 335 d.C., tale data come effettiva data di nascita di Cristo) e, sempre secondo la leggenda, Mitra avrebbe abbandonato il mondo terreno per tornare in cielo 33 anni dopo essersi incarnato. Il culmine delle cerimonie a lui dedicate era un banchetto a base di pane (prodotto a partire dal grano, cioè dal midollo del toro) ed acqua (o forse vino, prodotto dall’uva, cioè dal sangue del toro). Anche in questo caso, la somiglianza con il rito cristiano dell’eucarestia è molto spinta”.

Fogli su fogli scritti fra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta che Padre Ignazio Ceccherelli conservava accuratamente nella sua libreria. Quel giorno torrido d’estate, con quell’articolo di giornale strappato che stringeva fra le mani e con Padre Benigno Falsini stupito, seduto su quella sedia con un panno intriso di caffè d’orzo in mano, è ormai lontanissimo nel tempo. Non è una scena frutto della fantasia di chi scrive ma è realmente accaduta e raccontata numerose volte dal frate francescano a parenti ed amici.

Chi scrive ha ritrovato qualche tempo fa solo per caso questi documenti che testimoniano la fondatezza degli studi del frate francescano insignito del prestigioso “Fiorino D’Oro” a Firenze per la sua opera “Fermati o Sole!” nel 1992. Padre Ignazio Ceccherelli è scomparso nel febbraio del 2001, all’età di 87 anni. Di lui sono rimasti milioni di documenti e testimonianze come questa. Pochi probabilmente sono al corrente dell’esistenza di tracce del culto mitraico nella zona cavrigliese. La famigerata e importantissima statua, che raffigura appunto una tauroctonia, oggi è conservata presso il museo archeologico nazionale Gaio Cilnio Mecenate di Arezzo.

Il mistero del dio senza testa si risolse così, in una manciata di giorni di un’estate torrida, mentre l’Italia guidata da Enzo Bearzot, alzava la coppa del mondo. Ad alcuni sembra trascorso un secolo. Eppure per quella statua così antica, questi ventisei anni sembrano un attimo.

filippo boni