Avevamo scritto di lei qualche mese fa, ora dopo tanto tribolar l’abbiamo trovata. Gina Tiossi, storica goverante di Eugenio Montale, vive a Firenze da anni nell’anonimato e nella riservatezza. L’abbiamo raggiunta nella sua casa e ci ha aperto un mondo profondo e bellissimo.

«LA GINA ha acceso un candelotto per i suoi morti. L’ha acceso in cucina, i morti sono tanti e non vicini. Bisogna risalire a quando era bambina ed il caffellatte era un pugno di castagne secche […]». Già, come scrisse Eugenio Montale nella sua celebre poesia «Il giorno dei morti», pubblicata nel «Quaderno dei quattro anni» del 1977, bisogna risalire a quando Gina Tiossi, storica governante del grande poeta era bambina, per capire dove nacque e dove trascorse la giovinezza. Pochissimi infatti sanno che era nata e cresciuta a Cavriglia e che prima di lasciare il Valdarno a vent’anni, nel 1942, alla volta di casa Montale a Firenze, Gina aveva lavorato prima nel suo paese e poi a San Giovanni.

Sono trascorsi decenni da allora, il mondo è cambiato, Montale è scomparso il 12 settembre 1981 ma lei, l’unica che davvero ha affiancato il grande poeta fino all’ultimo respiro, raggiunta telefonicamente da noi nella sua casa di Firenze, ricorda tutto con una lucidità di una ragazzina, quasi gli anni fossero trascorsi rapidi e lievi come una carezza. «Mi dicono che oggi la casa dove nacqui a Cavriglia non esiste più, travolta da nuove costruzioni — racconta con un filo di voce—sono tornata nel mio paese alcuni anni fa, ma non riconobbi quasi nulla. Del resto dopo aver compiuto vent’anni, non avendo troppe possibilità di lavoro in Valdarno, seppi che Drusilla Tanzi, la moglie di un noto intellettuale dell’epoca che dirigeva il gabinetto Viesseux dal 1929, cercava una governante nella sua casa di Firenze. Presi la corriera di buon mattino in un giorno di guerra, mi recai a casa Montale per un colloquio e parlai con lui e la moglie. Ero la terza di tre reclutate per la mansione, lei scelse me. Mi sentii fortunatissima, da allora non ho più lasciato né Eugenio né la moglie, che purtroppo morì prematuramente anni dopo».

La Gina, come il poeta la definì più volte nei suoi scritti, divenne giorno dopo giorno un perno fondamentale per i coniugi Montale, seguendoli anche a Milano nel 1948. «Non sono tornata per molto tempo a Cavriglia, dove ho lasciato ricordi, amicizie, affetti carissimi che per lavoro ho abbandonato per interi decenni: ora vorrei rivederla».

 

Da anni Gina si è ritirata nella sua casa di Firenze, e nel 2004 ha donato al Fondo manoscritti dell’Università di Pavia, poesie, disegni e lettere inizialmente scritte dal poeta per la “Mosca”, ovvero per la moglie Drusilla, che quest’ultimo le aveva donato nel corso della sua vita. Una montagna di carta preziosissima del «merlo», nomignolo di Montale, ora analizzata lettera per lettera da studiosi e ricercatori. E chissà, forse anche il poeta sarebbe contento che la sua governante e amica rivedesse almeno una volta, quel nido povero che lasciò in un mattino profumato di guerra di tanti anni fa, «quando il caffelatte, era solo un pugno di castagne secche».

Filippo Boni