La Sangiovannese ha chiuso con 84 anni di storia. Ora c’è da ripartire con tanti dubbi e pochissime certezze

 

 

Il caldo scioglie tutto ma di certo non l’amarezza. “Nonno ma perché sotto al cancello verde c’è scritto di rosso la parola vergogna?”. Un ragazzino di sette anni non capisce il significato di quella scritta, che splende sotto il sole di mezzogiorno a pochi metri dalla sede della Sangiovannese. Giugno è finito così, con le lacrime agli occhi per migliaia di persone nella città di Masaccio. In piazza Cavour il leone Marzocco in pietra volto verso Firenze ha abbassato la guardia.

La Sangiovannese ha chiuso con 84 anni di gloriosa storia, che stanno ripartendo ora dalle mani del sindaco Maurizio Viligiardi, traghettatore del sodalizio biancazzurro proprio come un anno fa in questi giorni aveva fatto il primo cittadino di Figline Riccardo Nocentini, trovatosi a gestire quasi improvvisamente il tracollo del Figline. E’ un brutto colpo per tutta San Giovanni, non solo per chi ama il calcio e per chi è legato a quest’ultimo sotto ogni punto di vista.

E’ un brutto colpo perché il pallone in città non è mai stato vissuto solo e soltanto come uno sport, ma come un punto di riferimento della società civile, come un senso di appartenenza di cui andar fieri. Sono pochi i sangiovannesi che da ragazzi non sono passati dalle file della scuola calcio biancazzurra, con il sogno chissà di ritrovarsi caso mai un giorno in prima squadra fra i professionisti. Il 29 giugno del 2004 in corso Italia, a due passi da piazza Cavour, c’erano oltre duemila cittadini seduti a tavola per festeggiare l’approdo in C1. Sembrano secoli quelle sette estati. Chi avrebbe mai detto che proprio quel giorno, sette anni dopo, la scritta vergogna in vernice spray rossa sotto al cancello della sede parlasse della fine di una storia lunghissima, nata quando la città viveva l’epoca fascista.

Il marchio è chiuso, con lui mille altri aspetti. E’ una delusione per la comunità intera, nonostante sia stata una fine lunga, di cui si parla da tempo, e strascicata nei mesi. Sul tramonto anche due luci infernali; nell’ultima coda anche i fuochi di due roghi sospetti, che hanno visto bruciare prima le auto di famiglia di Piero Nosi, poi parte del magazzino di Bracci, due imprenditori che si erano impegnati a lungo per salvare il sodalizio da una fine annunciata. Se dietro questi atti ci sia davvero il triste epilogo della Sangio è compito degli inquirenti scoprirlo, intano la città non può non provare rabbia e dolore. C’è un uomo solo ora che si è trovato in mano le redini della società, Maurizio Viligiardi.

E’ lui che dovrà traghettare, è lui che già da mesi sta lavorando per ricostruire, per chiudere con dignità e ripartire con la massima serenità nell’amarezza. Perché del resto ogni fine è un nuovo inizio e San Giovanni vuole rinascere dalle ceneri di fuochi inquietanti come la fenice di un calcio malato, che nessuno però in città, non può non continuare ad amare.