Lo stadio Fedini

 

Quanto accaduto lo scorso 30 giugno alla Sangiovannese non è una scoperta improvvisa, ma le cause di mesi di difficoltà

I presupposti di quanto sarebbe accaduto in realtà si erano creati anche nell’estate del 2010, con la Sangio iscritta solo per il rotto della cuffia nell’ultimo giorno utile, a causa di una fideiussione che nessuno dei dirigenti o proprietari poteva (o voleva) pagare.

Poi il ritiro e l’inizio del campionato: i risultati non mancavano, la squadra era sempre a ridosso della zona playoff, almeno fino alle prime penalizzazioni.

Poi ecco la prima scadenza non rispettata, quella di metà novembre: fino ad allora nemmeno uno stipendio era entrato nelle tasche dei giocatori, nonostante la lega pro chiedesse che tutti avessero riscosso almeno tre mensilità per il 15 di quel mese.

La trasferta di Venturina contro il Gavorrano, effettuata con le auto dei giocatori stessi, è stato un altro schiaffo in faccia all’ambiente sportivo che ancora ricordava quei manifesti “Orgogliosi di essere nei professionisti” che avevano affermato una realtà di un imponente castello di carte, tanto bello da guardare quanto purtroppo fragile.

Tornando a quel periodo, il rischio fu quello di non presentarsi in Sardegna, a Villacidro, perché l’aereo era troppo caro: per buona volontà di qualcuno (non di chi doveva provvedere) il viaggio venne garantito, anche se la sconfitta fu inevitabile.

A gennaio via i pezzi migliori, ovviamente in modo gratuito tramite la messa in mora e la speranza Gherardi, poi trasformatasi nell’ennesimo sogno svanito nel brusco risveglio dei tifosi azzurri.

“Troppi debiti, impossibile lavorare”, questo il ritornello dell’imprenditore romano arrivato come possibile salvatore e poi allontanato addirittura dallo spogliatoio che iniziò una vera e propria autogestione attorno a Fabio Fraschetti.

Come è finita lo sanno tutti: nonostante il record di penalizzazioni (per il numero di volte, non per il totale dei punti) la sangio sul campo si è salvata ma poi nessuno è riuscito ad evitare una morte sportiva, che macchierà per sempre il palmares della società, quale che sia il nome scelto da adesso in poi.

Per l’Eccellenza sono stati compiuti solo piccoli passi, con San Giovanni che ancora rimugina su un anno che nessuno avrebbe voluto vivere ma che non sembra neppure volere o potere ricreare una nuova fenice azzurra che risorga da queste ceneri.

Le colpe di quanto accaduto sono nell’immaginario collettivo già state distribuite, ma questo non addolcisce il presente e non è costruttivo sull’immediato futuro.

Il marzocco deve rialzarsi e non lo si aiuta solo testimoniando chi sia stato a ferirlo in modo così profondo.

Occorre curare quelle piaghe, dargli una nuova casa e farlo crescere nuovamente. Queste persone, i protagonisti della rinascita, purtroppo non hanno ancora un nome.

Alessandro Forni