Dopo tanti anni il Pratomagno in questi giorni ha rivisto una carbonaia, strumento di sostegno e guadagno in un’economia lontana e povera nel tempo. E la tradizione s’interseca con la storia, l’arte e la natura. E rivive.

Chissà cosa penserebbe Agostino Magni, l’ultimo carbonaio di Rocca Ricciarda, di fronte ormai a questa memoria scura, nera che diventa prima tradizione e poi realtà. Hanno riacceso una carbonaia ieri mattina gli abitanti della montagna, a Rocca Ricciarda, nel comune di Loro Ciuffenna. Un evento passato forse un po’ in sordina ma di un’importanza fondamentale per la trasmissione degli usi e costumi di un mondo ormai praticamente scomparso, ma radice delle origini del Valdarno.

 

Le carbonaie, di cui gli abitanti del Pratomagno nelle epoche sono stati dei veri specialisti, altre non erano che dei monti di legna coperti da terra, alti più o meno due metri, che gli abitanti di queste comunità perdute nei monti facevano per produrre carbone, materia prima che per secoli era sinonimo di esistenza, ma anche di resistenza alla vita.

Lassù, non troppo infastiditi dal caldo, la gente in questi giorni di agosto si è messa a disposizione di chi ha realizzato carbonaie da quando era un lavoro di montagna soggetto alla migrazione, ed hanno intrapreso un’opera che non si faceva più da 20 anni. La cottura della legna è un’operazione complessa che richiede conoscenze tecniche specifiche: dal taglio della legna, alla costruzione della piramide con i pezzi di legno sistemati in base alla grandezza, fino alla copertura completa con zolle di terra e foglie secche.

E ieri mattina è scatta ala scintilla dell’accensione, che per altri due o tre giorni darà da lavorare a turni a questi abitanti per sorvegliare la loro carbonaia sia di giorno che di notte. Ma non è la prima volta che questa gente vuole sottolineare l’importanza della tradizione di questa montagna. L’anno scorso ha infatti adottato la volpe “Arturo”, che si nutriva dalle mani di questi abitanti, poi ha realizzato opere importanti per la comunità, in collaborazione con l’amministrazione comunale, con la comunità montana del Pratomagno e con la Curia vescovile: ha infatti installato l’impianto a gas in tutte le case, ha ristrutturato il tetto della chiesa, e si è fatta carico di piccoli interventi di manutenzione a palizzate, fonti e piazze. Questa estate invece i cosiddetti “rocchini”, cioè gli abitanti di questo nucleo abbarbicato nel Pratomagno, hanno deciso di lasciare un segno nel costume locale montano. Un gesto anche in memoria di Agostino Magni, l’ultimo carbonaio di Rocca Ricciarda, che qualche anno fa scrisse un’autobiografia di questo mestiere.

Un gesto piccolo, ma tanto forte e scuro, da fare epoca.

filippo boni