Tavio (Argante)

Ero ancora un ragazzo

quando mi presero in miniera.

Con un baio asmatico

tiravo le chiatte all’undicesimo.

Le piene all’andata le vuote al ritorno.

Feci presto l’abitudine

alle sporgenze

per non rimanere schiacciato.

Vissi come tutti gli altri.

Il vino e il pane nella sporta

non mi mancavano mai.

Presi moglie e ebbi dei figli.

Quando nacque il terzo

lo seppi in galleria.

Ebbi un attimo di distrazione

e rimasi a contrasto.

Gli dettero il mio nome

perchè prima del suo battesimo

ci fu il mio funerale.

Castelnuovo dei Sabbioni, Giovanni Billi da Racconti della miniera, cit. p. 112

 

Era la miniera di Castelnuovo dei Sabbioni, Tavio visse cento anni fa, aveva trent’anni quando morì, a contrasto, in galleria. Domani è la vigilia di ferragosto del 2011; quella morte sembra lontana anni luce, eppure non è così. Quella morte è qui dietro, e porta il nome di Vincenzo Faraci e di  Mekhaiel Hedra Adly Riad, rispettivamente 27 e 35 anni, caduti lavorando a Bucine il 9 agosto in circostanze diverse (il primo dopo un incidente avvenuto il 29 luglio a Levane, il secondo schiacciato dal peso di una gru che stava demolendo a Cennina). Anche loro sognavano un figlio, anche loro una vita diversa, ma anche loro cent’ anni dopo Tavio, sono caduti lavorando.

Il primo era venuto dalle terre del sud del nostro paese, l’altro dal lontano Egitto, cercando magari una moglie, un pizzico di fortuna, qualche soldo e soprattutto un dannato lavoro. Quello stesso lavoro che lo ha visto spirare in un cantiere di un paesino fra i boschi della Valdambra. Anche loro come Tavio, in quella poesia, erano ancora ragazzi, quando iniziarono a lavorare. E non hanno fatto in tempo a dire di avercela fatta, ad avere un lavoro, nell’epoca della disoccupazione dilagante tra i giovani, che quella stessa occupazione, è divenuta una condanna. E’ possibile, che sia ancora così? Evidentemente si. C’è chi muore perchè senza un lavoro, e chi muore lavorando; è ancora così, e forse paradossalmente per certi versi oggi è peggio di un secolo fa.

Gli dedichiamo questa pagina a quei ragazzi, questa bellissima poesia di Giovanni Billi, gli dedichiamo un pensiero di ferragosto, che non varrà certo a nulla, sperando però un giorno che Vincenzo, Mekhaiel, Tavio, Argante, siano nomi di una Spoon River che apparterrà solo alle pagine di un passato remoto come il dolore. Un passato che purtroppo ci appartiene. Che l’estate sia con loro.

filippo boni