La luce di settembre sta per avvolgerci. Non è un momento qualunque, è un momento lieve. La luce di settembre per nitidezza supera ogni mese e al tramonto taglia il Valdarno da nord ovest a sud est bagnandolo di rosa. “Non sappiamo più osservare la luce”, mi dice mio cugino che seduto sul suo cavallo dalla cresta della collina di Caiano guarda verso valle, accarezzandosi la barba. Già, forse ha ragione lui dico io, mentre osservo agosto morire in un caldo atipico. Un tempo sulla luce sapevamo impostare maggiormente l’esistenza.

Un tempo sulla luce gli antichi predisponevano i luoghi di preghiera, le case, piantavano alberi. Lungo i percorsi della Cassia Vetus e della Cassia Adrianea, a mezza costa del Pratomagno ed a mezza costa delle antiche colline dei Franzesi, dopo Gaville, le pievi romaniche parlano chiaro, chiarissimo.

Ogni finestra un’ora del giorno, dal volgere dell’alba al sopravvento del tramonto. Ogni finestra una preghiera. La luce era dappertutto. Anche la notte. Quando mancava la televisione e d’estate si sdraiavano sui prati di notte, bucandosi le gambe e il culo sull’erba secca, per guardare le stelle prima di fare l’amore, anche la notte si sapeva capire la luce delle stelle. Si sapeva distinguere ed attribuire i nomi alle costellazioni. Oggi certa luce forse passa un poco in secondo piano.

Vince quella dell’I-phone. Oppure quella del cruscotto della macchina, la notte. Oppure quella della televisione. La notte la luce della notte si perde in quella artificiale. Tra due giorni è settembre. La luce sarà magia anche in questa valle inquinata dall’uomo e dal tempo balordo. La luce che saluta l’estate e che bacia l’autunno.

E’ rosa come la pelle di un bambino o la neve all’alba. Fermatela.

fb