A tanti ventenni piace sbeffeggiare questa terra. “Vado a studiare lontano. In Valdarno non c’è l’Università”. “Vado a ballare lontano, in Valdarno c’è poco e nulla”. “Vado a vedere un concerto lontano, in Valdarno ce ne sono pochissimi”. “Vado a fare due passi una città vera, in Valdarno solo paesini e paesoni”. “Vado in viaggio fuori da qua, mentalità troppo ristrette per trovare una sintonia”. E via, chi più ne ha più ne metta. Sarà pur vero che questo fazzoletto di terra stretta e lunga è fatto per unire i lembi improbabili e controversi di due province; sarà pur vero che da queste parti di mentaliltà ottuse se ne vedono a migliaia; sarà pur vero che gran parte del resto del mondo potrebbe esser migliore di questo; sarà pur vero tutto quello che volete, ma siete proprio sicuri di non essere i primi responsabili di tutto questo in vista di un futuro migliore per i posteri che vivranno da queste parti?

Se davvero il Valdarno è tutto quello che spesso si sente dire, se davvero il piattume social culturale annebbia i neuroni delle vostre menti, sarà forse opportuno iniziare a cambiarlo questo mondo, e non andarsene via, per il bene di chi verrà. Se una terra vi ha partorito, le siete debitori. Se una terra vi ha sollevato, vi ha messo qua, pur in mezzo a mille problemi ed idiosincrasie, non potete solo intellettualmente e fisicamente ripudiarla, e nulla di più.

Sta a voi muoversi e muoverla, sta a voi creare, sta a voi pensare, sta a voi ideare, sta a voi cambiare.

Il timone è qua, nelle vostre mani. Per cambiare rotta, basta poco, pochissimo.

“…Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo e che anche quando non ci sei resta ad aspettarti..”. lo cantava Pavese, ma è ancora così, se tutti fuggiamo, se tutti ripudiamo, se tutti non condividiamo, se tutti snobbiamo?

I nostri paesi restano là, ad aspettarvi. Poteteandare lontanissimo, raggiungere orizzonti remoti e nuovi, ma quando tornerete a casa, e vedrete spuntare il vostro campanile, e le case abbarbicate tutto intorno, come fosse un pastore e le sue sparute pecore, nessuno di voi potrà dire, se sarà un uomo, “ne sono indifferente”, se lì è nato, è cresciuto, ha pianto, ha amato.

C’è una forza che parte da dentro e che viene su come da molto lontano e che sale e che muove le lacrime e il sorriso, tra il silenzio e la confusione.

E’ il senso di appartenenza, è l’identificazione in una comunità mai perduta. E’ da quello stato d’animo che dovete partire.

Perchè le vostre piante, la vostra gente, la vostra terra, hanno bisogno di voi, consapevoli di ieri, tormentati dal presente, ma seminando soprattutto, per chi verrà domani.

fb