Alla stessa ora della sera, intorno alle 19 e 30, lei c’è sempre. Bagna i fiori con una bottiglia di plastica tagliata a metà, guarda la lapide, asciuga la fotografia con un fazzoletto bianco, accarezza la polvere del sepolcro. E tace. Il silenzio vince. Lei è un’anziana signora che ogni sera d’estate alla stessa ora, allo stesso minuto, viene a portare il saluto al marito, scomparso da qualche mese. Affronta con cuore il caldo dell’estate, s’incammina a piedi verso il camposanto, che a Meleto come in tutti gli altri luoghi dopo l’editto napoleonico di Saint Cloud venne spostato poco fuori dal villaggio, e si raccoglie per lui e con lui, di fronte alla tomba. La incontro sempre, quando vengo a salutare mio padre e scelgo accuratamente le ore nelle quali non incontro troppa gente. Ci scambiamo sempre un saluto fugace, un sorriso abbozzato ed una “buona sera” e poi ognuno per la sua strada. Lei così anziana, lei così innamorata di quell’uomo con il quale aveva diviso la vita. Chissà quanti ricordi, penso, arricchiranno la sua solitudine di questa estate. E lei è solo una delle tante anime, che s’incontrano nei camposanti, nelle ore più disparate del giorno, dall’alba fino alla tarda sera.

Mio padre lo hanno seppellito fra due coniugi, scomparsi l’una a distanza di pochi mesi dall’altro. Nelle due foto sorridono, poco lontano c’è la maestra storica del paese, che chi ha attraversato un bel pezzo di novecento a Meleto ricordano tutti, severa, dura, ma di grande animo. Poco più in là c’è lo spazzino, che alle processioni tanti anni fa portava sempre la croce, primo della fila; fosse un corteo funebre o un rosario per il mese mariano non importava. Lui era in cima al gruppo, con la croce alta e un saio bianco. Se poi alzo lo sguardo, di sbieco, in diagonale tra le croci, trovo il barbiere. E’ morto quasi centenario, eppure quando se n’è andato nel paese vecchio ha lasciato un vuoto incolmabile tra le panchine di legno, poco lontano dalla chiesa. E che dire del “fattore”, mio nonno, sepolto accanto alla maestra, sorride beffardo nella foto, sembra voglia scherzare anche da là, in mezzo ad una comunità che non c’è più, e che vive in quelli come me, in maniera indelebile.

Quelli che a trent’anni vengono a salutare il babbo al cimitero e riflettono a lungo, sulla corrispondenza d’amorosi sensi, qua, nei nostri camposanti di campagna, nei nostri paesi. Qui ritroviamo nel silenzio coloro che ci sono stati accanto per anni e che magari ci hanno pure fatto incazzare, oppure ridere, oppure piangere, oppure rimanere indifferenti.

Nelle città, nei grandi cimiteri, non è così. E’ tutto più freddo, più distaccato, i conoscenti chissà in quale forno li hanno messi, gli amici perduti in altri camposanti. Ma allora la nostra è una fortuna, la condivisione dei ricordi con gli altri del paese anche dopo la morte. Perchè questa è la nostra gente, è la nostra radice identitaria e comunitaria più intima e più forte. E portar loro un saluto, penso spesso, anche nelle ore più impensabili ed improbabili del giorno, anche una volta ogni tanto, alba o tramonto che sia, è un gesto molto più profondo di quanto sembri, anche perchè è un saluto a noi stessi.  Non ho mai avuto il coraggio di fermarla e di chiederglielo, ad Anna, che viene a salutare il marito al tramonto, con una mezza bottiglia di plastica in mano e le lacrime agli occhi per bagnare il suo sepolcro d’acqua e d’amore, se è d’accordo con me. Ma sono sicuro che è così.

filippo boni