Dopo la messa in liquidazione della Sangiovannese, anche il Montevarchi sta sfiorando il baratro

di ANDREA CALCINAI

Sono passati ormai oltre 40 giorni dal 29 maggio, data in cui al “Luigi Muzi” di Orvieto, in un caldissimo pomeriggio di fine primavera, il Montevarchi è mestamente retrocesso nelle categorie regionali che mancavano dall’ultracentenaria storia rossoblu dal lontano ’67. Un’eternità. Sapevamo che rialzarsi non sarebbe stato facile e che l’estate sarebbe stata, per l’ennesima volta, molto tormentata. Ma non a tal punto.

La stagione calda, infatti, era iniziata con le continue rassicurazioni di Agostino Ripoli sul ripescaggio, dato per certo, e con la lunga trattativa portata a termine sul “Brilli Peri”, concesso dall’amministrazione comunale ma con l’obbligo di pagamento anticipato oltre all’oneroso impegno di estinguere le vecchie pendenze (pari a 59mila euro) entro la fine del 2011.

Poi la situazione è nuovamente precipitata lo scorso 7 luglio. L’Aquila non solo non ha presentato la domanda di ripescaggio, ma non è neanche partita per Roma. Svanito il sogno serie D, si è volatilizzata anche la pazienza del sindaco Grasso che aveva creduto alle rassicurazioni del sodalizio presieduto da Angela Perez a tal punto da esporsi in prima persona con una lettera di suo pugno inviata alla federazione.

E adesso? E’ ricominciata la guerra fredda. Un film peraltro già visto con identici schieramenti ma con interpreti diversi. Da una parte una società evidentemente allo sbando, rimasta sola, abbandonata anche da Agostino Ripoli e osteggiata dagli ultras.

Dall’altra il sindaco, pronto a prendere in mano la situazione per garantire la dignità e la credibilità che il calcio montevarchino merita per storia, blasone e tradizione. Come andrà a finire? Difficile dirlo. Il 19 luglio scadono i termini per l’iscrizione all’Eccellenza, altra categoria che la proprietà non è in grado di garantire: “Da soli è difficile” continua a ripetere Angela Perez, senza essere ascoltata però dall’imprenditoria cittadina, spaventata dall’ingente debito del sodalizio e probabilmente non disposta ad investire nel calcio.

Quindi anche il primo cittadino, qualora gli fossero restituite le proverbiali chiavi della società, potrebbe trovarsi con le mani legate. Di certo tutti quanti, tranne i dirigenti dell’Aquila, hanno una maledetta voglia di voltare pagina, ma questo cambiamento potrebbe esser pagato a caro prezzo. L’incubo terza categoria è più vicino di quanto possa sembrare.